Contro la crisi. L’angolo delle occasioni

Leggo su un quotidiano on line che nel deserto della crisi “una nuova occasione per i giovani arriva da Eures, il Servizio europeo per l’impiego, attivo nell’assessorato alle Politiche per il lavoro della provincia di Lecce dal 2010”.

Questa occasione consiste in un concorso per realizzare un video “con lo scopo di sensibilizzare l’opinione comune sul problema della disoccupazione giovanile”.

Il target del video? I giovani. Giovani disoccupati producono un video per sensibilizzare i giovani disoccupati sul problema della disoccupazione giovanile.

L’iniziativa parte dal progetto Pro-Youth, promosso dal centro Europe – Direct Eures della Provincia di Lecce. Questo progetto, come spiega l’assessore provinciale alla formazione professionale nel documento di presentazione (l’ho trovato qui), coinvolge Germania, Danimarca, Spagna, Estonia, Turchia, con l’obiettivo di “entrare in rete con partner stranieri, scambiare informazioni ed esperienze tra specialisti sia del settore educativo che professionale ed occupazionale” e, portando alla Provincia di Lecce circa 11 mila euro, rappresenta “un’importante traguardo per chi si cimenta in proposte progettuali a finanziamento diretto”.

Per come sono ideate le campagne di comunicazione sociale in Italia, è difficile che siano efficaci, che portino per esempio a un cambiamento dei comportamenti che esse intendono stigmatizzare. Ci si poteva realisticamente aspettare un pentimento generale degli evasori fiscali, colpiti nella coscienza perché definiti “parassiti della società”? No, ma certo alla popolazione abituata a pagare le tasse non è sembrato vero di avere un governo che considerasse l’evasione un problema. I tanti, troppi spot, che mostrano donne impaurite e coperte di lividi servono a convincere gli uomini a massacrarle un po’ meno nella realtà? Certamente no, come dimostrano i fatti, e perché, come spiega Giovanna Cosenza in questo articolo, “non si combatte la violenza con immagini che la esprimono. Né si fanno uscire le donne dal ruolo di vittime se si insiste a rappresentarle come vittime”.

Il limite non è nel mezzo, ma in come lo si usa. La comunicazione visuale avrebbe ben altra efficacia se solo si smettesse di usarla per campagne sociali che rassicurano e basta, se si osasse, se si cercasse di colpire il bersaglio.

Ma, vorrei capire, un video per sensibilizzare l’opinione comune su un problema come la disoccupazione, che bersaglio dovrebbe avere? Soprattutto, che senso ha? Bisogna intendersi: se si ritiene che una categoria della popolazione abbia delle responsabilità per la disoccupazione giovanile, la si individui e si realizzi un bel video che serva per dire a questo ben definito target: “Lo vedi, target, quanto è triste la disoccupazione giovanile? Tu che potresti, target, risolvere questa situazione, non esitare oltre, agisci!”. Ecco, qualcosa così.

A questo punto dovrebbe essere evidente a tutti, anche in un qualsiasi centro Eures, che la disoccupazione è più che mai un problema diffuso e sentito dall’opinione comune, tanto sentito che la gente si suicida perché dispera di trovare una soluzione, di vedere delle prospettive. Quanto, più di così, si intende sensibilizzare una opinione comune già tanto angosciata? Con le dovute proporzioni, si considererebbe ragionevole proporre a degli alluvionati di girare un video per sensibilizzare gli alluvionati sul problema degli alluvionati?

Dimenticavo un dettaglio fondamentale di quest’iniziativa: si tratta di un concorso, quindi c’è una giuria che valuta i video, e c’è un premio. Il premio è un I-Phone.

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Compromessi (storici)

– Lo sai che oggi è una festa bellissima? è la festa della Liberazione!

– No, zia, oggi è una festa bellissima, ma però è la festa dell’A-quilone!

– Certo, al mare c’è la festa dell’aquilone, ma soprattutto oggi è la festa della Liberazione, perché quando i nonni erano piccoli e noi non eravamo nate, il 25 aprile l’Italia è stata liberata; quindi oggi che è il 25 aprile festeggiamo la Liberazione dell’Italia.

– Ma che festa è?

– Della Lib…

– Sì, ho capito. Ma vengono a casa tanti bambini e si gioca?

– Veramente no.

– Allora ci sono i palloncini? Una torta? Dolci?

– No, veramente niente. Ma si canta una canzone bellissima! Bellaciao, te la ricordi?

– Uff… seeenti, facciamo così: oggi facciamo la festa dell’A-quilone, domani facciamo la festa della cosa che dici tu, d’accordo? Possiamo cantare Bellacciao, se vuoi. Dai, canta.

Quasi amici?

quasi amici locandinaAlcuni lavori creativi devono essere sfibranti. Pensiamo al responsabile delle traduzioni-moleste-arbitrarie-e-fuorvianti-di-titoli-originali di una casa di distribuzione cinematografica. Dopo tutta la fatica fatta per inventarsi sintesi più lontane possibile dalla realtà, uno dove trova la forza per andare al cinema?

Sulla locandina di Quasi amici colpisce una delle frasi tratte dalle recensioni: “Un’amicizia che tocca il cuore e conquista”.

Ora, considerato che il titolo (Intouchables per i francesi) non è stato tradotto in Decisamente amici, al Corriere della Sera avrebbero dovuto parlare di “Una quasi amicizia che quasi tocca il cuore e quasi conquista”.

Invece, dopo aver visto un film in cui quel “quasi” non c’entra proprio per niente, si capisce che dal Corriere qualcuno al cinema c’è andato, da Medusa, evidentemente, no.

E va bene: Intoccabili in Italia sarebbe stato un titolo poco originale, sarebbe stato associato con un certo automatismo alle cronache politiche. Ma esistono i sinonimi e, cercandole, si potevano trovare le parole per esprimere un concetto così. Sarebbe stato necessario vedere il film, però.

Costamagna contro Carfagna

Sulla fastidiosissima intervista di Luisella Costamagna a  Mara Carfagna sono state spese molte e intense riflessioni. Sulle femmine in generale, che sembrano sempre galline quando litigano, che devono essere più sorelle, e tanto altro ancora.

Ora, una cosa io la debbo dire: se tu, giornalista – e anche se fossi un uomo sarebbe lo stesso – inviti a casa mia un’ex ministra delle pari opportunità conosciuta per i suoi trascorsi discutibili e, infatti, discussi in tutto il mondo, potresti per carità inventarti qualcosa che giustifichi il tuo mestiere. Potresti evitare di fissarti su quello che già si è detto e ridetto in ogni angolo del globo terracqueo e, perché no, manifestare una qualche curiosità nuova, inespressa, giacché tieni tanto a sottolineare di essere sempre stata una giornalista. Al limite, se proprio devi fare l’indagatrice del male, ispirati a Franca Leosini, che neppure alla Saponificatrice di Correggio ripeterebbe in continuazione “ma-signora-lei-ha-fatto-delle-cose-proprio-brutte-brutte”.

Per un’altra volta, un’ottima idea sarebbe quella di invitarla, la Carfagna o un’altra che proprio detesti, a casa tua. Sputi di nascosto nel suo caffè, le prepari un tiramisù coi biscotti del cane al posto dei savoiardi, la strapazzi quanto ti pare; quella ti risponde a tono, tanto siete sole e non ci sono telecamere, e vi tirate i capelli in santa pace. Non è bello, ma liberissima. Magari, quando se ne va e ti accorgi che ti ha allagato il bagno apposta, ti convinci che dovresti chiamare qualche amica, andare al cinema o cose così.